Liscia, gassata o alle microplastiche?

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Un’indagine di Altroconsumo rivela che non importa se ci dissetiamo da una fontanella o da una bottiglia in PET, nell’acqua che beviamo ci sono microframmenti di plastica del cui impatto sulla salute e l’ambiente sappiamo ancora ben poco. Ma da dove provengono? E soprattutto, cosa si può fare? 

Non ci si sente certo a proprio agio ad immaginarsi di vivere, respirare e nutrirsi di plastica. Eppure è evidente: anche ad una rapida occhiata la maggior parte delle persone potrebbe individuare intorno a sé più oggetti composti da polimeri che da qualsiasi altro materiale. 

La loro presenza però, purtroppo, va ben oltre quello che l’occhio umano può percepire, ma ce ne si sta accorgendo solo di recente. 

La fibra c’è ma non si vede

«Le microplastiche sono particelle di polimeri, di dimensioni inferiori a 5 mm, non biodegradabili e difficili da rimuovere dall’ambiente», così viene definito lo standard di ricerca a cui si è rifatto un recente test di Altroconsumo per rilevare la quantità di plastiche contenute nell’acqua che beviamo. 

Il responso è chiaro e sconfortante: impossibile evitare di assimilarne, né utilizzando i punti acqua comunali, né tanto meno le acque in bottiglia (per la precisione, è stato rilevato su un campione di 15 fontanelle in tutta Italia una quantità tra i 18 e i 372 microframmenti per litro, mentre le acque imbottigliate oscillavano fra i 5 e i 32). 

Che questi siano valori alti o bassi lo possiamo solo ipotizzare: il problema è oggetto di indagini solo da pochissimi anni e, sebbene l’Oms ritenga che non rappresentino un pericolo per la salute, anche nel test condotto dalla rivista si ricorda come l’agenzia dell’Onu stia invitando a «compiere studi più approfonditi e con metodi standard, che ancora non esistono». 

Il problema addosso

A contaminare l’acqua che beviamo con le microplastiche sono le operazioni di imbottigliamento (per le acque in bottiglia), aria, polveri, vento, manufatti nei dintorni, perfino il sale; le tipologie più presenti sono polietilene (PE) e polipropilene (PP), seguite da polistirene (PS), polietilene tereftalato (PET) ed altri polimeri plastici. 

Un pensiero indigesto, che lo diventa ancora di più quando si scopre che viviamo letteralmente avvolti dalla principale fonte di questo tipo di inquinamento: i nostri tessuti sintetici, da cui proviene il 35% delle microplastiche rinvenute. 

Le microfibre praticamente invisibili che li compongono, infatti, ad ogni lavaggio si separano dalla trama del tessuto e si disperdono in acqua (nel test è stato ipotizzato che anche il tipo di detersivo potrebbe influenzare la quantità di fibre rilasciate), dopodichè diventa pressochè impossibile il loro recupero e smaltimento dall’ambiente, così queste finiscono negli oceani; moltiplicato per ogni lavaggio di ogni possessore di indumenti sintetici (solo in Europa vengono effettuati ogni anno 36 miliardi di lavaggi in lavatrice) si può avere un quadro della situazione attuale. 

Un acquisto consapevole

Il problema delle microplastiche nelle acque è urgentissimo e necessita della massima attenzione dalla comunità scientifica, per avere al più presto dei parametri innanzitutto tecnici e successivamente legislativi al fine di limitare la contaminazione delle nostre fonti idriche e dei nostri oceani, imponendo dei parametri nelle produzioni. 

Cosa possiamo fare noi nel frattempo? Innanzitutto adottare degli accorgimenti nel lavaggio dei nostri tessuti (evitare cicli troppo lunghi o intensi, utilizzare sacchetti filtranti, etc.), ma soprattutto dobbiamo acquistare consapevolmente i nostri capi d’abbigliamento, per mobilitare una coscienza ecologica a partire dai consumatori finali della filiera che si traduca poi in un’attenzione (e quindi in una ricerca e sviluppo) più mirata alla sostenibilità nei processi di produzione dei filati per l’industria tessile. 

Fonte: AA. VV., L’acqua da bere, «Inchieste», anno 47, n. 359, Giugno 2021, Altroconsumo Edizioni, pp. 12-19