Più a sud, più intelligente, più sostenibile: il South Working

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Lavorare dalle viuzze intrecciate di Bari vecchia, da un piccolo borgo arroccato sulle dolomiti lucane, da una cittadina affacciata sulla costiera amalfitana, o da uno degli antichi e pulsanti quartieri palermitani: lavorare nel settore turistico o per le piccole e spesso affaticate imprese locali? Non per forza. 

Sono 45.000 i lavoratori delle grandi imprese del Centro-Nord che dall’inizio della pandemia lavorano in smart working dal Sud. E’ quanto emerge dal Rapporto SVIMEZ  del 24 Novembre 2020, realizzato in collaborazione con l’associazione South Working – Lavorare dal Sud, in cui sono state prese in considerazione 150 grandi aziende – con oltre 250 addetti – che operano nel Centro e nel Nord nei settori manifatturiero e dei servizi. Tenendo conto anche dei lavoratori delle piccole e medie aziende, però, si arriva ad una stima di 100 mila “South Workers”

“South Working”, il nome del fenomeno, deriva dall’associazione South working – Lavorare dal Sud, di cui sopra, fondata dalla ricercatrice palermitana Elena Militello. Il progetto si pone come obiettivo quello di supportare, promuovere e facilitare questa modalità di lavoro creando una rete fra tutti i soggetti interessati: lavoratori, aziende ed enti pubblici. 

Il concetto del lavorare dal Sud, però, vuole essere un concetto inclusivo: l’associazione intende il termine “Sud” come relativo, uno stato mentale più che altro, promuovendo di fatto la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo si preferisca. 

I vantaggi ambientali sono molteplici, a partire da quelli più noti ed evidenti, tipici del più generico smart working a cui più di un anno di pandemia ci ha abituati: diminuzione della congestione del traffico urbano dovuta alla drastica riduzione degli spostamenti casa-lavoro e, di conseguenza, minor consumo di combustibili e minori emissioni di CO2, dunque minor impatto ambientale

Già nel 2018 lo studio “Added Value of Flexible Working”, commissionato da Regus a Development Economics, aveva analizzato l’impatto del lavoro flessibile in sedici Paesi, concludendo che la sua diffusione su larga scala è in grado di ridurre i livelli di CO2 di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, pari alla quantità di CO2 che verrebbe sottratta dall’atmosfera da 5,5 miliardi di alberi in dieci anni.  

Ma non solo: negli uffici i consumi per luce, acqua e riscaldamento sono calati notevolmente. Anche se, proprio per lo smart working, il consumo di energia è invece aumentato in ambito domestico. Infine sono stati prodotti meno rifiuti. Basti pensare alle mancate pause caffè alla macchinetta: meno bottigliette d’acqua, meno bicchieri e meno palette di plastica. 

I vantaggi del South Working però non sono riducibili solamente al minor impatto ambientale. Il South Working è molto di più. Esso è prima di tutto sostenibilità, ma un concetto di sostenibilità ampio, che non comprende solo l’ambiente, ma si allarga ed abbraccia i modelli di sviluppo sociale ed economico. 

Il South Working è la versione pro dello smart working. È la restituzione di un capitale umano a territori che per anni hanno assistito inermi al fenomeno dei cosiddetti “cervelli in fuga”. È una leva per il rilancio del Sud Italia. Permettere, in maniera sistematica, a lavoratori qualificati di svolgere nei loro territori di origine il lavoro che fanno per le grandi aziende consentirebbe infatti di ridurre il fenomeno dell’emigrazione e il gap di natura economica e sociale tra il Sud e il Centro-Nord Italia. 

Si, perché i south workers lavorando e vivendo in tali territori sostengono i consumi interni, spostando una quota di reddito nel Mezzogiorno. Ma c’è di più: la possibilità per questi professionisti di partecipare alla vita sociale, culturale e politica del luogo di residenza. Ciò comporta condivisione e contaminazione di idee e spazi con le persone del posto, innovazione nel modo di lavorare e produrre che si trasmette al tessuto sociale ed economico circostante. E un domani, forse, nuove imprese, nuovi posti di lavoro. 

Un circolo virtuoso insomma. E cosa incarna lo sviluppo sostenibile più di un territorio svuotato che si ripopola, che riacquista linfa, forza vitale? Di un piccolo borgo che per essere ambito come meta per lo smart working si impegna per migliorare i propri servizi, le proprie infrastrutture e per colmare il digital divide? Di una comunità che diventa resiliente, inclusiva ed attrattiva?