Crescita economica sostenibile, occupazione, dignità e inclusività: così non ci siamo

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I dati che ci vengono forniti dall’Agenda sono molto significativi. Circa la metà della popolazione mondiale vive ancora con l’equivalente di due dollari al giorno e, in molti luoghi, avere un lavoro non garantisce la possibilità di sottrarsi alla povertà.

L’Obiettivo 8 propone di incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti. 

Secondo il target 8.2 bisogna “Raggiungere standard più alti di produttività economica attraverso la diversificazione, il progresso tecnologico e l’innovazione”. La politica economica ci insegna che l’incremento della produttività dipende appunto dal progresso tecnico, dal miglioramento dell’efficienza produttiva ricollegabile ad economie di scala, alla riduzione della capacità produttiva inutilizzata e all’impiego di nuove tecnologie. Vediamo, quindi, il progresso tecnologico sembra essere alla base di una crescita economica. Le innovazioni, però, non sono tutte uguali. 

Nel 1939, Schumpeter cercò di spiegare i tre cicli economici osservati dagli economisti: le innovazioni davvero epocali (macchina a vapore, petrolio, ecc) determinano cicli particolarmente lunghi, tra i 50 e i 70 anni, e spiegano i cicli di Kondratiev; le innovazioni di valore intermedio spiegano i cicli di Juglar; infine, le innovazioni minori si riferiscono ai cicli economici studiati da Kitchin. 

Le innovazioni, dunque, comportano una crescita economica, ma come possiamo misurare questa crescita? 

Il target 8.1 propone di “Sostenere la crescita economica pro capite in conformità alle condizioni nazionali, e in particolare una crescita annua almeno del 7% del prodotto interno lordo nei paesi in via di sviluppo”.

Ancora oggi, l’indicatore principale utilizzato è il PIL (Prodotto Interno Lordo), ossia il valore di beni e servizi realizzati all’interno di uno Stato in un determinato periodo di tempo. Il PIL ha la capacità di misurare lo stato di salute di un sistema economico. Avere un PIL più alto vuol dire, per uno Stato, avere più possibilità di spesa e, quindi, avere a disposizione più risorse per aiuti e incentivi.

Infatti, tassi di crescita consistenti garantiscono elevati livelli di benessere ed entrate fiscali capaci di sostenere i bilanci pubblici. 

Non sempre, però, la popolazione dei Paesi più ricchi del mondo è anche la popolazione più felice del mondo (leggi il caso del Bhutan). Dal 2012 il “Word Happiness Report” dell’ONU stila la classifica annuale che prende in considerazione la stabilità, la sicurezza, l’aspettativa di vita della popolazione e il buon governo. In Italia questo indice, sviluppato da ISTAT e CNEL nel 2016 e approvato dalla Camera dei Deputati nell’agosto del 2017 è denominato BES “Benessere Equo Sostenibile”. Il BES è adottato a livello internazionale e viene determinato in base a 12 indicatori: salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi. 

Le disuguaglianze economiche hanno effetti negativi in particolare nelle economie arretrate, mentre possono generare effetti positivi sulla crescita economica nelle economie più sviluppate. Eppure, nella classifica stilata nel World Happines Report dell’ONU, su 156 Paesi ancora una volta la Finlandia si conferma il Paese più felice del mondo.

Il Pil pro capite della Finlandia è più basso rispetto a quello dei paesi nordici confinanti ed è nettamente inferiore a quello degli Stati Uniti, ma gli indicatori presi in considerazione lo eleggono a Paese “Felice” N°1 (l’Italia sale al 25° posto). Ed è proprio per questo che gli USA, il Paese più ricco del pianeta, non è anche il Paese più felice, dove si registrano alti tassi di mortalità per consumo di alcol, stupefacenti, un’alta diffusione di antidepressivi e un alto tasso di suicidi. 

Il target 8.5 mira a “Garantire entro il 2030 un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per donne e uomini, compresi i giovani e le persone con disabilità, e un’equa remunerazione per lavori di equo valore”. Analizziamo i dati forniti da Report, un servizio del 14 giugno 2021 che parla del colosso Amazon, un colosso costruito da zero in meno di 25 anni che oggi conta 1,3 milioni lavoratori negli uffici, nei magazzini o sui furgoni. Stuart Appelbaum, Presidente del Sindacato RWDSU (Retail, Wholesale and Department Store Union) denuncia il fatto che ogni giorno ci sono lavoratori che lamentano di sentirsi come robot comandati da altri robot, che ogni loro movimento è controllato e registrato.

Rapidità nella consegna, disciplina ferrea e il motto “Il cliente prima di tutto” sono le ossessioni che hanno permesso a Bezos di far diventare Amazon la società più grande del mondo, sfruttando le persone che hanno bisogno di lavoro.  

Il modello di Amazon è rappresentato dal programma “Amazon Prime” che con oltre 150 milioni di iscritti garantisce la consegna della merce in 1/2 giorni gratuitamente. In realtà la consegna ha un costo altissimo per i lavoratori e per le comunità che vivono attorno ai magazzini. 

Nella città di Eastvale, in California, è situata una delle strutture più grandi di Amazon di tutti gli Stati Uniti. L’aeroporto di San Bernardino, la base operativa di Amazon, è una zona in cui circolano circa 20 mila camion e 66 aerei, con i quali nel 2020 sono stati operati oltre 40 mila voli, trasportando 800 mila tonnellate di merci. 

L’inquinamento è salito, rispetto all’anno precedente, del 35%. L’American Lung Association, l’organismo americano che si occupa di monitorare le malattie ai polmoni considera da anni questa regione la più inquinata degli Stati Uniti. 

Nell’Inland Empire, Amazon ha creato migliaia di posti di lavoro, tuttavia, il tasso di povertà è rimasto invariato. Le condizioni di vita non migliorano dunque, anzi, peggiorano anno dopo anno a causa dell’elevato inquinamento, per i lavoratori e le comunità che vivono in prossimità degli stabilimenti. 

E’ stato calcolato che Amazon produce inquinamento nel mondo per 51 milioni di tonnellate di anidride carbonica. 

In conclusione, possiamo affermare che la strada è ancora lunga. Per raggiungere l’obiettivo 8 che abbiamo citato all’inizio di questo articolo – in particolare il raggiungimento di una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti – crediamo che gli sforzi da fare siano ancora tanti. 

Per approfondire:

https://unric.org/it/obiettivo-8-incentivare-una-crescita-economica-duratura-inclusiva-e-sostenibile-unoccupazione-piena-e-produttiva-ed-un-lavoro-dignitoso-per-tutti/ 

https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/pil.htm 

https://www.youtube.com/watch?v=BMX4HbPnt6Q