Agricoltura sociale ed empowerment femminile: il caso del Sud Tirol

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Il ruolo della donna in agricoltura oggi è fortemente associato con i concetti di agricoltura multifunzionale e di innovazione.

Da un lato infatti la presenza femminile nel settore agricolo ha coinciso negli ultimi anni con l’impulso a creare delle aziende appunto multifunzionali, che integrino la produzione agroalimentare con una serie di attività connesse con il terzo settore: educazione alimentare ed ambientale con le scuole, gli agri-asili ed in generale servizi di assistenza genitoriale, fattorie didattiche e sociali, percorsi rurali di pet-therapy, orti didattici, mercati contadini.

Dall’altra parte le figure femminili all’interno delle aziende agricole sono quelle responsabili delle decisioni più innovative in merito all’agricoltura a basso impatto ambientale, al recupero delle piante e degli animali in estinzione ed allo sviluppo di tutte quelle iniziative in grado di coniugare la sfida del mercato con il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, il contatto con la natura, alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità. 

Questo è ciò che emerge da un report di Coldiretti del 2017 dove si vuole delineare la nuova centralità del ruolo della donna nell’evoluzione dell’agricoltura.

Imprenditorialità agricola femminile

I dati forniti dalla Rete Rurale Nazionale disegnano invece un quadro interessante in merito al ruolo delle donne nell’imprenditorialità agricola: in Italia le ci sono quasi 500 mila aziende agricole con a capo una donna, cioè oltre il 30% del totale, mentre il 40% della forza lavoro complessiva del comparto agricolo è costituita da lavoratrici donne.

Circa un’azienda impresa agricola su tre è a conduzione femminile ela presenza di donne imprenditrici nel settore agricolo del 32%, su un totale di 1.145.680 aziende. Il ruolo delle donne come promotrici di agricoltura multifunzionali e quello di imprenditrici agricole sono strettamente collegati, difatti su un totale di 872.000 impiegati nel settore agricolo, 234.000 sono donne, cioè il 26,8%, ma i dati dimostrano che nelle aziende multifunzionali, la percentuale di presenza femminile è molto più alta.

Inoltre è importante sottolineare che l’Italia si trova in prima posizione per il valore della produzione delle attività di servizi forniti dall’agricoltura multifunzionale con oltre 4,9 miliardi di euro, che la confermano così come la più multifunzionale d’Europa. Delle 22.661 aziende agrituristiche autorizzate ad operare in Italia, il 39% sono a conduzione femminile, mentre le fattorie didattiche e sociali sono anch’esse essenzialmente a conduzione femminile.

Empowerment e disparità di genere

Tuttavia, se da una parte i dati ci raccontano la centralità e l’importanza crescente delle donne in agricoltura, e le potenzialità di empowerment femminile dell’agricoltura multifunzionale, il panorama generale dell’agricoltura in realtà ci mostra ancora una situazione di grande disparità di genere.

Le donne percepiscono stipendi più bassi, hanno possibilità più ridotte di assumere ruoli gestionali e di partecipare alle decisioni strategiche, hanno più difficoltà ad accedere a finanziamenti e formazioni sulle nuove tecnologie, oltre che ad essere più vulnerabili in caso di disoccupazione. Inoltre le posizioni lavorative ricoperte dalle donne nel settore agricolo tendono ad assumere una dimensione informale e non risultano nelle statistiche ufficiali.

In Italia le aziende sono di dimensioni medio-piccole e per lo più a carattere familiare, e spesso l’aiuto dei componenti della famiglia non viene registrato. Inoltre il funzionamento di alcuni strumenti di registrazione non risulta performante ai fini statistici, come nel caso del questionario del Censimento, che obbliga ad indicare una sola persona come conduttore dell’azienda agricola, impedendo di cogliere quelle situazioni in cui la responsabilità gestionale è condivisa fra i due coniugi.

Sono ben 415 mila donne che si trovano nella condizione di “coniuge del conduttore”, pur ricoprendo ruoli gestionali e decisionali all’interno dell’azienda. Inoltre le attività svolte dalle donne in azienda sono strettamente correlate alle attività familiari nel loro insieme, così da rendere più complicato il processo di riconoscimento del contributo sia professionale sia umano. Dell’ 1,9 milioni di donne (coniugi, madri, figlie) che prestano il loro fondamentale contributo in termini di lavoro e capitale all’interno di aziende agricolo, il 60% va ad alimentare le file dell’invisibile manodopera familiare femminile.  

Agenda 2030: Obiettivo 5

Il quinto obiettivo di sostenibilità dell’Agenda 2030 riguarda la parità di genere; la sua formulazione ufficiale prevede il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e la responsabilizzazione di tutte le donne e le ragazze.

L’SDG 5 è articolato in nove obiettivi, di cui due in particolare sembrano essere centrali nella comprensione del ruolo della donna nell’agricoltura italiana (e non solo). Questi due obiettivi sono: garantire la piena partecipazione delle donne alla leadership e al processo decisionale e aumentare il valore dell’assistenza non retribuita promuovendo responsabilità domestiche condivise. La strada verso la realizzazione di questi obiettivi è ancora lunga e la realtà italiana in merito appare molto contraddittoria.

Da un lato le istituzioni e le associazioni promuovono la centralità del ruolo della donna ed il suo approccio innovativo al mondo dell’agricoltura multifunzionale, dall’altra parte però le strutture culturali, sociali e burocratiche rendono difficile nella maggioranza dei casi l’emancipazione femminile dai ruoli di genere pre- esistenti. Inoltre una realtà non esclude l’altra e spesso questi due aspetti risultano strettamente connessi, come ci dimostra un caso studio del 2019 condotto sulle realtà agricole del Sud Tirol.  

Il caso studio del Sud Tirol

Un gruppo di ricercatori della provincia di Bolzano (Dalla Torre C., Gramm V., Membretti A.) ha condotto una ricerca qualitativa sull’agricoltura sociale come strumento di emporwerment femminile nel settore agricolo altoatesino, intervistando sette donne che al momento offrono servizi di babysitting all’interno delle loro fattorie.

Le donne sono state selezionate fra le socie della cooperativa sociale Imparare, Crescere, Condividere, che dal 2006 si occupa di fornire servizi di cura per bambini dagli 0 ai 4 anni. Le interviste condotte si concentrano da un lato sulle motivazioni e sul processo decisionale che ha portato queste donne a decidere di fornire servizi di assistenza all’infanzia. Dall’altra parte la ricerca vuole delineare i cambiamenti che questa scelta ha portato nelle condizioni di lavoro e di vita. 

La realtà agricola altoatesina

In Alto Adige la tipica attività agricola è quella tradizionale dell’azienda di famiglia. Tuttavia, a seguito dello spopolamento delle zone rurali e dei cambiamenti avvenuti nell’economia nazionale e globale, ormai circa la metà di queste aziende svolge attività agricole come fonte di reddito secondario. 

Sono difatti i lavori all’esterno del comparto agricolo che permettono la sopravvivenza delle famiglie e delle stesse aziende agricole. Nonostante questa situazione gli agricoltori tirolesi hanno svolto un ruolo importante nell’influenzare la politica per cercare di proteggere le attività agricole a basso impatto, gli allevamenti su piccola scala ed in generale loro valori e stili di vita rurali.

Inoltre, lo sviluppo del turismo come un importante pilastro dell’economia locale ed il suo forte legame con il paesaggio e l’agricoltura, hanno rafforzato il sostegno all’occupazione tradizionale in ambito agrario.  

Il ruolo delle agricoltrici in Sud Tirol

Il ruolo della donna nelle fattorie altoatesine è strettamente influenzato dal fatto che l’identità del gruppo etno-linguistico germanofono dell’Alto Adige si è sviluppata intorno ai principi della ruralità, del patriarcato e del cattolicesimo.

Le statistiche confermano che la tradizionale successione agricola è patrilineare e che difficilmente le donne ricoprono posizioni di rilievo nell’agricoltura, difatti solo il 13,5% delle 20.247 fattorie altoatesine sono a conduzione femminile.

Ciò che emerge dalla situazione agricola dell’Alto Adige è che le contadine altoatesine tendono ad accettare la tradizionale divisione del lavoro per genere. Percepiscono come loro dovere fare le pulizie, prendersi cura di figli o parenti e lavorare il giardino. L’agricoltore maschio, invece, è responsabile della produzione agricola, e le decisioni che riguardano l’intera azienda ed il reddito agricolo raramente sono discusse in coppia.

Pertanto, pur lavorando all’interno della fattoria, le agricoltrici che non hanno un lavoro o un’attività agricola secondaria permangono in una condizione di dipendenza finanziaria dai loro mariti. 

Forme di imprenditorialità fra innovazione e tradizione

Le donne altoatesine che scelgono quindi di impegnarsi in attività di agricoltura sociale, come quella della cura dei bambini all’interno della fattoria, sono mosse da varie motivazioni. Da un lato hanno necessità di contribuire al mantenimento della propria fattoria familiare, dall’altro desiderano preservare il loro tradizionale stile di vita agricolo e la loro identità investendo in un’attività che permetta loro di rimanere all’interno del contesto domestico.

Tuttavia, attraverso questa nuova attività imprenditoriale, le donne intervistate hanno dichiarato di aver sviluppato un nuovo insieme di valori legati alla specializzazione e alla formalizzazione del lavoro, e di aver acquisito nuovi poteri e nuovi ruoli all’interno dell’azienda familiare.

La fornitura di servizi di assistenza all’infanzia nel quadro dell’agricoltura sociale è diventata un’apprezzata attività imprenditoriale per le donne contadine in Alto Adige proprio perché ha permesso loro di diventare responsabili di una propria attività imprenditoriale e di acquisire l’accesso alle risorse economiche.

Inoltre, al fine di raggiungere le competenze necessaria per avviare un’attività imprenditoriale, la rete di donne contadine che lavorano come assistenti per l’infanzia si è organizzata in cooperative sociali (come quella da cui provengono le sette donne intervistate) che provvedono a fornire corsi di formazione specifici sulla pedagogia della natura, a mettere in comunicazione la domanda del servizio con l’offerta ed a tutelare le condizioni delle socie-lavoratrici. 

L’agricoltura sociale come strumento di empowerment

Se dunque possiamo definire l’agricoltura come uno strumento di empowerment per le agricoltrici altoatesine, è vero che questo stesso empowerment è fortemente subordinato al contesto culturale e tradizionale che le circonda e in cui loro stesse si riconoscono. 

Ad esempio in molti casi, oltre alla loro attività imprenditoriale, le donne agricoltrici sono responsabili anche delle pulizie della casa, della cura dei propri figli oltre che di alcuni compiti inerenti all’attività agricola. Questo non solo si traduce in un un carico di lavoro troppo elevato, ma anche nel sacrificio costante del proprio tempo libero.

Dal momento che l’impegno da parte delle agricoltrici in attività di agricoltura sociale richiede la riorganizzazione e la redistribuzione del lavoro agricolo tra i membri della famiglia, la decisione delle donne se diventare o meno assistente all’infanzia è dipendente dalla volontà e dal consenso di marito e figli. 

Inoltre, come sottolineato prima, alla redistribuzione del carico di lavoro agricolo non segue una redistribuzione del carico di lavoro domestico, che continua a gravare unicamente sulle spalle delle donne.  

Empowerment ed emancipazione

Attraverso le forme di imprenditorialità agricola sociale le donne del Sud Tirol sperimentano forme di autonomia all’interno della dipendenza. Questo tipo di empowerment difatti se da un lato contribuisce alla professionalizzazione delle donne e alla possibilità di avere accesso alle risorse finanziarie, dall’altra non implica il totale abbandono dei valori patriarcali altoatesini.

Sembra anzi che l’agricoltura sociale possa essere una prospettiva futura per le agricoltrici che vogliono rimanere in un ambiente rurale preservando i ruoli di genere dettati dalla loro identità culturale ed etnolinguistica. Invece di rivendicare il potere decisionale sull’intera azienda agricola di famiglia, le agricoltrici scelgono invece di creare una propria attività all’interno dell’ambiente agricolo tradizionale, acquisendo alcuni spazi per il loro sviluppo personale senza contestare le modalità di distribuzione della leadership aziendale.

Possiamo quindi affermare che attraverso l’agricoltura sociale, le donne acquisiscano autonomia, professionalizzazione, indipendenza economica ed opportunità di autorealizzazione, ma che in certi contesti esse continuino ad agire all’interno del sistema patriarcale. Se possiamo quindi senz’altro parlare di empowerment femminile nel caso studio delle agricoltrici del Sud Tirol, non possiamo invece parlare di emancipazione, in quanto manca ancora una reale sfida ed un ribaltamento di un ordine patriarcale estremamente pervasivo.