La Cina non vuole più essere la pattumiera d’Europa. E ora?

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Obiettivi ambiziosi, normative stringenti e una lunga lista di buone pratiche da implementare su riciclo e uso delle risorse: sulla carta l’Europa possiede il miglior piano possibile per l’economia circolare. 

Nella realtà però numeri e fatti parlano chiaro: dei 25,8 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti annualmente dall’Europa (1), solamente il 30% viene raccolto per il riciclaggio (1), e di tale quantitativo solo la metà viene riciclata negli impianti comunitari, mentre la restante parte viene esportata per essere trattata nei paesi al di fuori dell’Unione (2). 

Ed era così che milioni di tonnellate di rifiuti di plastica occidentali partivano dai porti europei per finire in quelli cinesi, soprattutto. Sì, perché fino al 2017 la Cina ha acquistato, per decenni, circa la metà dei rifiuti plastici mondiali per riciclarli nei propri impianti ed utilizzarli come materie prime seconde da cui produrre e rivendere manufatti in plastica. 

Nell’estate del 2017, poi, la Cina ha annunciato il divieto di importazione di 24 tipologie di materiali da riciclare, tra cui la plastica, con effetto a partire da gennaio 2018. Il progresso tecnologico e l’evoluzione degli standard ambientali e qualitativi hanno portato la Cina a voler fare da sola, utilizzando i propri materiali di rifiuto per alimentare la propria industria in un’ottica di economia circolare.  

Il trend dell’import cinese di rifiuti degli ultimi tre anni è la fotografia dell’effetto di queste politiche: i quantitativi accettati sono diminuiti costantemente e in maniera importante. 

Conseguentemente alla chiusura delle frontiere del Dragone, molto rapidamente altri mercati, soprattutto nel sud est asiatico, si sono proposti per compensare il vuoto lasciato dal principale importatore di rifiuti al mondo. Come testimoniato dal report del 2019 di Greenpeace “Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica”, i primi ad aprire le proprie discariche e i propri centri di stoccaggio sono stati Malesia, Vietnam e Thailandia, che hanno iniziato ad occuparsi dei rifiuti esteri, molti dei quali provenienti dall’Europa, con sistemi di smaltimento non sempre cristallini.  

Gli enormi volumi in entrata, però, hanno spinto i governi di tali paesi ad imporre delle restrizioni già a metà del 2018. I flussi sono stati quindi dirottati in India, Taiwan, Corea del Sud, Turchia e Indonesia, senza tuttavia riuscire a compensare i volumi trattati dalla Cina. 

Ma quello dei quantitativi non è l’unico problema: la questione risulta particolarmente preoccupante anche sotto il profilo ambientale. I paesi del sud est asiatico hanno regolamentazioni meno severe in materia e non hanno le capacità reali di trattare tali volumi. Non a caso proprio queste regioni, tra l’altro, ospitano la maggior parte tra i 10 fiumi più inquinati dalla plastica al mondo. 

E l’Italia? L’Italia non è esente dalla problematica. Secondo il report di Greenpeace, infatti, il nostro Paese è all’undicesimo posto tra i principali esportatori di rifiuti plastici al mondo: solo nel 2018, abbiamo spedito all’estero poco meno di 200 mila tonnellate di scarti di plastica, e nel 2019 più di 1300 tonnellate di rifiuti in plastica sono state esportate illegalmente in Malesia. 

La situazione però, per quanto complicata, non smette di complicarsi ulteriormente: dal 1° gennaio 2021 la Cina ha definitivamente vietato tutte le importazioni di rifiuti solidi da altri Paesi e, contemporaneamente, sono entrate in vigore nell’Unione Europea, in seguito alle modifiche della Convenzione di Basilea, norme più stringenti che mettono al bando l’export di plastica non smistata e tossica ed alzano gli standard necessari per l’esportazione.  

Il destino dei rifiuti europei, dunque, si apre a due possibili scenari: questi cambiamenti potrebbero danneggiare fortemente l’Europa, ma potrebbero anche rappresentare un’opportunità. Sarebbe infatti l’occasione per cominciare innanzitutto a ridurre drasticamente i quantitativi di rifiuti prodotti e, in secondo luogo, per adottare strategie per la creazione di un mercato stabile dei materiali riciclati che possa rendere l’economia comunitaria davvero “circolare”.  

  1. Fonte: Comunicazione COM(2018) 28 final del 18 gennaio 2018. 
  1. Fonte: Commissione europea, documento di lavoro dei servizi della Commissione che accompagna la strategia per la plastica del 2018. 

Fonti: 

Elisa Murgese, “Altro che riciclo, ecco dove vanno a finire i nostri rifiuti di plastica”, 23 aprile 2019, Greenpeace, https://www.greenpeace.org/italy/storia/5241/altro-che-riciclo-ecco-dove-vanno-a-finire-i-nostri-rifiuti-di-plastica/ 

Report Greenpeace, 23 aprile 2019, “Le rotte globali, e italiane, dei rifiuti in plastica” 

Giacomo Talignani, “La Cina dal 1° gennaio vieta l’importazione di rifiuti. Ma adesso dove finiranno?”, 16 dicembre 2020, la Repubblica, https://www.repubblica.it/green-and-blue/2020/12/16/news/finisce_un_era_la_cina_dal_1_gennaio_vieta_l_importazione_di_rifiuti_ma_dove_finiranno_-278578939/ 

“Rifiuti di plastica e riciclaggio nell’UE: i numeri e i fatti”, 19 dicembre 2018, Europarl.europa, https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20181212STO21610/rifiuti-di-plastica-e-riciclaggio-nell-ue-i-numeri-e-i-fatti 

Alfredo De Girolamo, “Stop della Cina all’importazione dei rifiuti, l’Italia si doti di una strategia”, 03 gennaio 2021, Huffingtonpost,  
https://www.huffingtonpost.it/entry/stop-della-cina-allimportazione-dei-rifiuti-litalia-si-doti-di-una-strategia_it_5ff17dfcc5b61817a5372190